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  • 14th June 2016 - 08:08 GMT
Storia dell'integrazione europea

Simone Veil: ebrea, francese, politica, madre

Simone Veil (*1927): ebrea, francese, politica, madre. La scelta di queste attribuzioni non è per nulla arbitraria. Nella sua autobiografia, Simone Veil indica fino a che punto questo concetti sono centrali nella sua straordinariamente ricca vita. Simone Jacob, il suo nome di ragazza, è cresciuta in una famiglia ebrea di classe media e ha vissuto un’infanzia protetta, attorniata da tre fratelli e sorelle più grandi. Ricorda con nostalgia questi momenti:

«Quando ripenso agli anni felici dell’anteguerra, provo una profonda nostalgia. Questa felicità è difficile da definire con le parole, giacché si componeva di un ambiente calmo, di piccole cose, di confidenze tra noi, di scoppi di risa condivisi, di momenti speciali.» (p. 27)[1] 

L’unica cosa che ha destabilizzato la giovane ragazza è stata la profonda avversione di suo padre nei riguardi dei tedeschi. Questo veterano di guerra impregnato di spirito patriottico non credeva a un riavvicinamento tra Francia e Germania.

«Non credeva alla riconciliazione proposta da Aristide Briand.» (p. 17)

Simone Veil, oggi rispettata e ammirata, racconta volentieri la sua giovinezza a Nizza negli anni trenta con i suoi compagni di classe, le sue prime discussioni con suo padre, architetto che si era ritrovato in una situazione finanziaria instabile. Ma non erano le difficoltà finanziarie del padre che minacciavano lo sviluppo esistenziale della figlia. È invece l’apparire in Germania di un’ombra nera che annienterà la felicità e la spensieratezza di ogni famiglia ebrea: il nazismo e le idee razziali deliranti di Adolf Hitler vi erano divenuti maggioritari. In breve tempo scoppiò la guerra e la Francia fu divisa in due zone, l’una occupata dalla Germania, l’altra detta “libera”. Nizza è occupata dagli italiani e, nel 1941, gli ebrei hanno l’obbligo di registrarsi presso l’occupante. E poi, tutto andrà molto in fretta:

«Dopo la caduta di Mussolini, nell’estate del 1943, gli italiani firmarono un armistizio e lasciarono la regione. Arrivò la tragedia. Il 9 settembre 1943, la Gestapo sbarcò in forza a Nizza, ancora prima delle truppe tedesche. I suoi servizi si installarono nell’hotel Excelsior, in centro città, e cominciarono la caccia agli ebrei che gli italiani non avevano voluto mettere in opera.» (p. 45)

Sei mesi più tardi, Simone Jacob è rintracciata e arrestata dalle SS, nonostante il suo passaporto falso. Qualche ora più tardi, la madre, il padre e i bambini Madeleine, Jean et Simone si ritrovano al posto di polizia. Denise, l’altra sorella, è introvabile. La famiglia è trasferita a Drancy dove i suoi membri vengono separati: il padre e il fratello sono internati a Drancy, le tre donne sono “spedite” ad Auschwitz. Il viaggio è rimasto impresso nella memoria di Simone:

«Il viaggio è durato due giorni e mezzo; dal 13 aprile all’alba al 15 sera ad Auschwitz-Birkenau. È una data che non dimenticherò mai, accanto a quella del 18 gennaio 1945, il giorno in cui abbiamo lasciato Auschwitz, e quella del ritorno in Francia, il 23 maggio 1945.» (p. 64)

Ciò che segue testimonia del martirio a cui sono state sottoposte centinaia di migliaia di famiglie ebree. Auschwitz: lottare contro la fame, la sete, la malattia, la fatica, contro i kapò – gli internati che dovevano assicurare la “calma” – contro il tempo e soprattutto combattere contro il proprio spirito. Sua madre perderà questa battaglia e morirà di tifo, la sorte di suo padre come quella di suo fratello non sono conosciute, ma essi non sono mai tornati. Tuttavia, con la liberazione di Auschwitz, la lotta dei sopravvissuti non è ancora terminata. Ciò che segue è una lotta per il riconoscimento, una lotta per farsi ascoltare.

«Volevamo parlare e non volevano ascoltarci. È ciò che ho sentito da quando siamo tornati, io e Milou: a nessuno interessava ciò che avevamo vissuto.» (p. 106)

La sorella maggiore Denise è sopravvissuta alla guerra lavorando per la Resistenza, anche se era stata deportata al campo di concentramento di Ravensbrück. Ma un altro dramma scuoterà la vita di Simone Veil: la sorella primogenita Madeleine e il suo figlio Luc perdono la vita in un incidente automobilistico nel 1952. Nonostante ciò Simone, ormai sposata con Antoine Veil e madre di tra ragazzi, non rinuncia a battersi. Un ideale sembra animarla: quello di un’Europa in pace.

«Ne eravamo convinti: se i vincitori del 1945 non avessero compiuto una riconciliazione rapida e totale con la Germania, le piaghe di un’Europa già lacerata tra Est e Ovest non si sarebbero mai cicatrizzate e il mondo sarebbe corso incontro a un nuovo conflitto, ancora più devastante dei precedenti; un punto di vista d’altronde condiviso da numerose vittime dirette della guerra da cui si era usciti, prigionieri o deportati, che vedevano nell’alleanza franco-tedesca il solo modo di girare la pagina degli orrori vissuti.» (p. 145)

Simone Veil persegue con ambizione i suoi obiettivi e diventa, dopo un percorso incredibile, ministro della sanità di Valéry Giscard d’Estaing. Ricoprendo tale funzione, si batterà per la legalizzazione dell’aborto scontrandosi frontalmente con una Francia conservatrice influenzata dalla Chiesa e dai gollisti. Di fatto, essa si batte su più fronti allo stesso momento:

«Non serve a niente il voler travestire i fatti: di fronte a un milieu molto conservatore avevo palesato la mia triplice “mancanza”, quella di essere una donna, di essere favorevole alla legalizzazione dell’aborto e infine di essere ebrea.» (p. 192)

Ma il ministero della Sanità non è stato il solo a dover affrontare degli sconvolgimenti; la situazione europea e politica ha avuto un’evoluzione negli anni 1950 come non era mai successo prima. Nel 1957, i Trattati di Roma (CEE e Euratom) sono firmati e la cooperazione in materia economica tra Germania, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Italia e Francia ne è considerevolmente rafforzata. Al pari di molti dei suoi contemporanei, Simone Veil ne è entusiasta.

«Fu d’altro canto un’epoca felice nel processo di costruzione europea. Molti dei suoi partigiani vedevano l’avvenire dipinto dei colori delle loro speranze e non dubitavano che i popoli si sarebbero ben presto convinti di questo modo di vedere le cose.» (p. 224)

In gioventù, Simone Veil è dovuta andare da Cariddi a Scilla, alla fine però il vento sembra soffiare in suo favore. Grazie soprattutto al suo lavoro largamente riconosciuto come Ministro della Sanità, viene proposta da Valéry Giscard d’Estaing alla presidenza del Parlamento europeo alla quale sarà eletta con un piccolo margine di voti. Quello sarà, senza dubbio, il punto più alto della sua carriera, che in questo ambito può essere ricordato solo brevemente. Per Giscard d’Estaing, si trattava dell’unica scelta possibile, come ricorda Simone Veil nella sua autobiografia

«Ma Valéry Giscard d’Estaing non voleva che nulla rimanesse intentato in questo senso, nemmeno quella che veniva ritenuto lo scenario più improbabile. Tenuto conto di ciò che rappresentavo, vedeva nella mia candidatura un simbolo della riunificazione franco-tedesca, e il modo migliore di girare definitivamente pagina per quel che riguarda le guerre mondiali, come spesso ripeteva ai suoi interlocutori.» (p. 225)

In occasione del suo discorso inaugurale in Parlamento, Simone Veil espone in dettaglio ai deputati presenti la sua visione di un’Europa unita a pacifica. Per essa, i tempi di pace non devono nascondere il fatto che il mantenimento di quest’ultima è un’operazione che dev’essere rinnovata ogni giorno, ancora e ancora.

«La situazione di pace che ha prevalso in Europa costituisce un bene eccezionale, ma nessuno di noi non sottostimerà la sua fragilità.» (p. 394)

C’era molto da fare al Parlamento europeo. A cominciare ad esempio dalla gestione dei conflitti interni con la Danimarca e il Regno Unito, che ricordano la situazione attuale e il referendum nel Regno Unito («Brexit»). Simone Veil ha riflettuto anche sul successo del Front national negli anni 1980, argomento che è anch’esso presente nell’attualità odierna. Infine, ecco il referendum francese sulla Costituzione europea del 2005, al momento in cui Simone Veil redigeva la sua autobiografia. Per la prima volta nella sua lunga vita politica, il dubbio si è insinuato nel suo spirito per quel che riguarda la riuscita del progetto europeo.

«Fino ad allora, e per mezzo secolo, la Francia aveva sempre costituito, con la Germania, il motore della costruzione europea. Paralizzando la costruzione dell’Europa, il nostro paese s’è bloccato anch’esso.» (p. 320)

Ma Simone Veil non sarebbe Simone Veil se cessasse di combattere. Allora essa esige dagli europei la medesima cosa che esige da se stessa: una lotta senza condizioni per la giustizia e la pace.

«Nelle diverse funzioni che ho occupato, in governo, nel Parlamento europeo, nel Consiglio costituzionale, mi sono sforzata di non essere una banderuola, mettendo le mie azioni al servizio dei principi nei quali mi riconosco in tutta me stessa: il senso della giustizia, il rispetto dell’uomo, la vigilanza per quel che riguarda l’evoluzione della società.» (p. 327)

E, in un cero senso, noi le siamo tutti riconoscenti per questa battaglia.

 

 

[1] Veil, Simone, Une vie. Autobiographie, Versailles, 2008. Traduction: Sergio Roic.

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