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  • 31st March 2017 - 13:57 UTC
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31.03.2017 – La maturità dell’Europa: 60 anni compiuti e l’avvenire davanti

Articolo apparso su “la Regione”, 31.3.2017

A Roma si è celebrato il sessantesimo anniversario degli europeisti “Trattati di Roma”. Ma com’era quest’Europa 60 anni fa, all’epoca della sua fondazione di fatto con i Trattati di Roma del 25 marzo 1957? Chi erano gli europei di allora, come si sentivano, quali erano le loro prospettive, come erano usciti dalla guerra? Forse non molti ricordano le cronache della Germania postbellica dove gli impiegati e gli operai si recavano al lavoro quasi a capo chino, per lo più muti e inorriditi della propria storia. Infatti, la Germania osò festeggiare di nuovo se stessa solo con la vittoria ai mondiali di calcio di Berna, nel ’54. Per non parlare, poi, dei Paesi dell’est europeo, separati dalla matrice europea da una visibilissima cortina di ferro e impossibilitati ad accedere a sistemi di governo democratici. Le speranze di allora? Erano quelle di una pace duratura e di condizioni di vita migliori, della possibilità di un’istruzione per tutti, dell’alfabetizzazione persino. Queste speranze, in definitiva, sono state realizzate nella maggior parte dei casi negli ultimi 60 anni di storia europea, in più l’Europa si è riunita e oggi ha un parlamento comune e la possibilità di decidere, in comune appunto, le prospettive del proprio futuro in una cornice autenticamente democratica con i movimenti di opinione e politici a cui è permessa un’ampia (se non la più ampia possibile, oggi al mondo) libertà.

Tutto ha funzionato perfettamente in questi ultimi 60 anni “europei”? Certo che no, ed era ovviamente impossibile pretenderlo. L’allargamento dell’Europa a 28 (dopo il Brexit 27) nazioni ha comportato tensioni, differenze, interessi nazionali non coincidenti e quant’altro: combinati questi elementi con la crisi globale innanzitutto dell’anelito all’eguaglianza e ai pari diritti (perché di questo si tratta, oggi, quando si parla di finanziarizzazione e capitalismo a tratti selvaggio) i 60 anni dell’Europa, il posto al mondo che vanta (e nettamente) il maggior numero di diritti democratici e valori ispirati al proclama rivoluzionario-illuminista “Liberté, egalité, fraternité”, sono apparsi a molti stanchi, vissuti male e controvoglia e senza vitalità.

E invece lo spirito europeo, proprio oggi a sessant’anni dalla sua fondazione, è più vivo e necessario che mai. Si tratta, infatti, dello spirito del progresso umanistico che ha caratterizzato l’evoluzione delle società umane sin dai loro albori. Questo spirito, ben presente e radicato proprio in Europa nei secoli e nei millenni, ha portato all’abbandono della schiavitù, all’habeas corpus che difende da soprusi e violenze ogni essere umano, all’”un uomo un voto” della democrazia moderna e, infine, al giuramento europeo di por fine ad ogni guerra.

Da questa premessa, fondamentale e ineccepibile per tutti coloro che anelano alla giustizia e alla dignità, è ora necessario riprendere il cammino affinando gli strumenti democratici tutt’ora presenti nello spazio europeo e mettendoli in pratica secondo quanto espresso proprio il 25 marzo 2017, simbolico anniversario dell’Europa unita, a Roma dai capi di Stato dei 27 Paesi aderenti all’Unione europea.
I leader dell’Europa del ventunesimo secolo si sono espressi, infatti, per un’Europa più sociale e sostenibile, per la creazione di posti di lavoro per i giovani, per la sicurezza e la stabilità sia interni sia nei confronti di quanti interagiscono con il continente e per un’accoglienza degna dei valori che l’Europa difende. Come si può attuare tutto ciò? La soluzione, nemmeno tanto sorprendente, sta nell’effettiva formazione di un governo europeo in grado di decidere e in grado di sostituire nel tempo l’attuale Commissione europea troppo spesso ostacolata da interessi nazionali particolaristici.

La manifestazione proeuropea, l’autentica “Marcia per l’Europa”, partita sabato pomeriggio dalle rive del Tevere in apparente sordina e ingrossatasi, per gli organizzatori, fino a quasi 20 mila unità, è forse la cartina di tornasole che permette di giudicare possibile un’Unione europea davvero politica: lì le emozioni erano davvero forti e i britannici, scornati dal Brexit, erano i più colorati e i più rumorosi. Un segno dei tempi: quelli che sono arrivati a Roma salutavano con la mano dicendo: “We are back soon, torneremo, torneremo presto”. Alla “maggioranza silenziosa” proeuropea il compito, ora, di mostrare le proprie emozioni e convinzioni affinché l’Europa, che etimologicamente significa “colei che ha uno sguardo ampio”, posi il proprio sguardo benevolo, solidale e democratico su tutti i suoi cittadini… ticinesi e svizzeri inclusi!

Sergio Roic e Jacques Ducry, Numes Ticino

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