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  • 25th February 2016 - 07:49 GMT
Storia dell'integrazione europea

Romain Rolland : «Al di sopra della mischia», 1914

Lo scrittore francese pacifista Romain Rolland è stata una delle rare voci a protestare con veemenza contro una guerra fra i popoli d’Europa durante la Prima guerra mondiale. Cresciuto a Parigi, Rolland teneva conferenze in storia della musica alla Sorbona prima della guerra [1]. Vivendo in maniera spartana, Rolland si nutriva quasi esclusivamente dello spirito, leggendo tutto il giorno, e spesso anche di notte.[2] È in questi anni che sono pubblicati i suoi grandi romanzi, «Jean-Christophe», dedicato al compositore tedesco Johann-Christoph Klafft, il quale si trasferisce in Francia dopo la sua adolesecenza e vi trova una nuova patria. Quando scoppia la Prima guerra mondiale nel 1914, Rolland si trova per caso in Svizzera. Sorpreso dagli avvenimenti, resta finalmente a Ginevra e trova un lavoro nell’aiuto umanitario presso la Croce Rossa. Qualche settimana dopo l’inizio della guerra, il Journal de Genève (oggi Le Temps) pubblica una serie di articoli scritti da Rolland intitolati «Al di sopra della mischia». L’autore si mostra preoccupato dall’entusiasmo generale per la guerra e mette in guardia di fronte alla minaccia di una grande tragedia.

«O giovinezza eroica del mondo! Con quale gioia prodiga essa versa il suo sangue nella terra affamata! Quante mietiture di sacrifici falciati sotto il sole di questa splendida estate!… Voi tutti, giovani uomini di tutte le nazioni, che un ideale comune mette tragicamente alle prese gli uni con gli altri, giovani fratelli nemici (…), come mi siete cari, voi che morirete !» 

Rolland riceve anche lettere patriottiche di alcuni suoi amici che fanno il servizio militare. Con «Al di sopra dellamischia», Rolland si posiziona con grande cinismo contro l’atteggiamento che consiste nel preferire morire eroicamente piuttosto che opporsi alla guerra per difendersi.

 «La vostra abnegazione, la vostra intrepidezza, la vostra fede e la vostra causa sacra, (…) mi rassicurano della vostra vittoria (…). Ma quando anche la malasorte volesse che foste vinti, e la Francia con voi, una tale morte sarebbe stata la più bella che una razza può sognare. Avrebbe coronato la vita del grande popolo delle crociate. Sarebbe stata la sua vittoria suprema… Vincitori o vinti, vivi o morti, siate felici!»

Per Rolland, non sono tuttavia in primo luogo i giovani uomini che si gettano – o devono gettarsi – nelle battaglie, che sono responsabili della strage che si propaga in quest’epoca in tutta Euripa. I responsabili sono i più attempati, le élite intellettuali, i politici e i preti.

 «Osiamo dire la verità ai primogeniti di questa giovane gente, alle loro guide morali, ai maestri d’opinione, ai loro capi religiosi o laiche, alle Chiese, ai pensatori, ai tribuni socialisti. (…). Quale scopo avete offerto alla dedizione magnanima di questa giovinezza avida di sacrificio ? Lo sgozzamento reciproco di questi giovani eroi! » 

Rolland, che si sente in tutto e per tutto europeo, vede nella guerra mondiale una catastrofe che farà crollare l’intera Europa. Perché le persone non si oppongono a questa distruzione, si interroga continuamente Rolland.

 «Ma non vedete che se una sola colonna è rovinata, tutto crollerà su di voi? Era impossibile, fra di voi, arrivare non dico ad amarvi, ma quanto meno a sopportarvi, ciascuno le grandi virtù e i grandi vizi dell’altro? E non avreste dovuto impegnarvi a risolvere in uno spirito di pace (non l’avete nemmeno tentato), le questioni che vi dividevano (…)? Dev’essere per forza che il più forte sogni sempre e comunque di far pesare sugli altri la sua ombra orgogliosa, e che gli altri sempre e comunque si uniscano per abbatterlo? Questo gioco puerile e sanguinoso, in cui i partner cambiano di posto ogni secolo, non avrà mai fine, fino all’esaurimento totale dell’umanità?»

Rolland indica due gruppi come responsabili della guerra in seno alla società: la Chiesa da una parte e, dall’altra, i partiti degli operai. La scelta di questi due gruppi può essere sorprendente, ma Rolland dimostra che sono principalmente il tradimento degli ideali come la superiorità delle nazioni cristiane e l’Internazionale socialista che hano condotto a questa guerra.

 «(…) le due potenze morali, di cui questa guerra contagiosa ha rivelato maggiormente la debolezza, sono il cristianesimo e il socialismo. Questi apostoli rivali dell’internazionalismo religioso o laico si sono presentati improvvisamente come i più ardenti nazionalisti»

Tutti quanti hanno, tuttavia, partecipato a questo tradimento degli ideali, come ad esempio gli artisti, da parte dei quali Rolland si attendeva più coraggio e più impegno contro la guerra.

 «Combattimenti singolari hanno luogo tra metafisici, poeti, storici. Eucken contro Bergson, Hauptmann contro Maeterlinck, Rolland contro Hauptmann [3], Wells contro Bernard Shaw. Kipling e d’Annunzio, Dehmel e de Régnier cantano inni di guerra. Barrès e Maeterlinck intonano peana di odio. Tra una fuga di Bach e l’organo ardente: Deutschland über Alles!»

Romain Rolland vede un solo modo di resistere alla guerra. Bisogna abbandonare un patriottismo pericoloso. Solo se le persone si rendono conto di poter coabitare nel continente europeo, la guerra perderà di slancio, Rolland ne è convinto.

 «Così, l’amore per la patria non potrà fiorire che nell’odio delle altre patrie (…)? (…) No, l’amore della mia patria non vuole che odi e uccida le anime pie e fedeli che amano le altre patrie. Vuole che le onori e che cerchi di unirmi a esse per il nostro bene comune. (…) Tra i nostri popoli d’Occidente, non c’era alcuna ragione di guerra. A dispetto di ciò che ripete una stampa infettata da una minoranza che ha interesse a perpetuare questi odi, fratelli di Francia, fratelli d’Inghilterra, fratelli di Germania, noi non ci odiamo. Vi conosco, ci conosco. I nostri popoli non domandano che la pace e la libertà.» 

Nel settembre 1914, vale a dire in un momento in cui la guerra non è cominciata che da alcune settimane, Rolland è già cosciente che la creazione di un’istituzione sarà necessaria in un prossimo avvenire, istituzione che potrà indagare sui crimini di guerra commessi. Esige che un tribunale internazionale sia creato al fine di giudicare i crimini di guerra.

 «(…) troppi grandi crimini sono stati commessi, crimini contro il diritto, attentati alla libertà dei popoli e ai tesori sacri del pensiero. Bisogna riparare a tutti questi crimini. (…) Ma, in nome del cielo, che queste riparazioni non consistano in richieste terribili. Un grande popolo non si vendica; ristabilisce il diritto. (…) Il nostro primo dovere è di provocare, nel mondo intero, la formazione di un’Alta Corte morale, (…) che vegli e che si pronunci su tutte le violazioni fatte al diritto delle genti, da qualsiasi parte esse vengano, senza distinzione di campo.»    

Abitando in Svizzera, cioè in territorio neutrale, Rolland riconosce anche l’importanza dei paesi neutrali per la costruzione di un’Europa pacifica. Esige dai paesi neutrali risparmiati dalla guerra più cooperazione e più vigore nel perseguire gli ideali di un’Europa unita.

 «(…) siccome i comitati d’inchiesta istituiti dalle parti belligeranti saranno sempre trattati con sospetto, bisogna che i paesi neutrali del Vecchio e del Nuovo mondo prendano l’iniziativa in quest’ambito. (…) I paesi neutrali vi giocano un ruolo troppo modesto. Essi hanno la tendenza di credere che contro la forza scatenata l’opinione si ritrova vinta in partenza. (…) Ma ciò non è che una mancanza di coraggio e di lucidità. Il potere dell’opinione è immenso al momento presente. (…) Questo tribunale, che lo si possa vedere, infine! Osiate costituirlo. Non conoscete il vostro potere morale, o uomini di poca fede!… E quando rischierete qualcosa a causa di ciò, non potete forse correre un rischio per l’onore dell’umanità? Quale prezzo avrebbe la vita, se voi perdeste nell’atto di salvare la fierezza di vivere!…»  

La Svizzera è il perfetto esempio di ciò a cui potrebbe assomigliare la nuova Europa, scrive Rolland. La diversità fa parte dell’Europa e la Svizzera dimostra che «razze» differenti possono vivere assieme pacificamente.

 «Vedo attorno a me fremere la Svizzera amica. Il suo cuore è diviso tra le simpatie per razze differenti; essa geme perché non può scegliere liberamente tra quest’ultime, e nemmeno esprimerne il significato. Comprendo il suo tormento; ma esso è benefico; e spero che d’ora in poi essa saprà elevarsi fino a raggiungere la gioia superiore di un’armonia delle razze, che sia un alto esempio per il resto d’Europa.»

La posizione intransigente che Romain Rolland esprime in questo testo è stata oggetto di grande attenzione, ciò è dimostrato dal fatto che il suo romanzo «Jean-Christophe» scala le vendite durante la guerra. Le sue parole ciniche («vivi o morti, siamo felici!») riflettono la grande vulnerabilità della vita, per la quale Rolland era così preoccupato e la cui protezione era la sua più grande preoccupazione. Dopo la sua morte nel 1944, Romain Rolland torna pian piano nell’oblio e non è letto che raramente ai giorni nostri.

 

 

[1] Il testo intero è stato pubblicato recentemente da Le Temps: https://www.letemps.ch/culture/2014/09/19/dessus-melee-manifeste-pacifiste-romain-rolland-1914, consultato il 18.02.2016.

[2] Cf. Zweig, Stefan, Die Welt von Gestern. Erinnerungen eines Europäers, Stockholm, 1944, pp. 151-152.

[3] Rolland si riferisce qui a una differenza tra lui e lo scrittore tedesco Gerhart Hauptmann. In una lettera al capitano, Rolland difende la sua posizione contro la guerra. Rolland Romain, lettera aperta a Gerhart Hauptmann, 29 agosto 1914 in: Rolland Romain, Al di sopra della mischia, Chicago 1916, http://library.umac.mo/ebooks/b28121004.pdf, consultato il 18.02.2016, pp. 10-12.

 

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