Prese di posizione

TTIP: minaccia o opportunità per la Svizzera?

Articolo scritto nel quadro dell’incontro Eurocapitales dal 2 al 4 ottobre 2015 a Parigi.

Fra i numerosi negoziati in corso in seno all’UE – anche se oggi in secondo piano a causa di fatti d’attualità più eclatanti – si trova il partenariato transatlantico di commercio e investimento (TTIP). quest’ultimo, chiamato anche TAFTA, consiste in un accordo di libero scambio fra l’UE e gli Stati Uniti. In breve, esso mira ad aprire il mercato americano alle imprese europee (e viceversa), ridurre le formalità amministrative che pesano sulle imprese esportatrici e fissare nuove regole destinate a facilitare le esportazioni, le importazioni e gli investimenti oltre Atlantico.

Si tratta quindi di un accordo particolarmente importante per la Svizzera, dato che concerne i suoi due principali partner commerciali (il 45% delle esportazioni svizzeri sono indirizzate all’UE e l’11% agli Stati Uniti[1]). Tuttavia, a causa del suo statuto di paese non membro dell’Unione europea, la Svizzera non è autorizzata a partecipare ai negoziati inaugurati nel 2013. Nonostante ciò – anche se il nostro paese potrebbe farsi imporre le regole fissate dal TTIP attreverso il Cassis de Dijon[2] o per volontà politica – il consigliere federale dell’economia in carica Johann Schneider-Amman ha già espresso l’augurio che la Svizzera aderisca all’accordo, dato che quest’ultimo potrà avere numerose conseguenze per il nostro paese.

Quest’ultime sono tuttavia ancora difficili da valutare. In effetti, come ha sottolineato il Consiglio federale a più riprese nelle sue diverse risposte alle questioni dei parlamentari, il profilo dell’accordo e i termini esatti delle disposizioni negoziate non sono ancora conosciuti. Inoltre, non si sa ancora se l’accordo sarà allargato inglobando ad esempio tutte i tipi di ostacolo al commercio in ogni ambito, compreso il settore dei servizi, o se si limiterà a una semplice riduzione dei diritti di dogana.

In ogni caso, malgrado queste incertezze, gli argomenti a favore e contro sono già stati ampiamente discussi, tanto dalle destra che dalla sinistra dello scacchiere politico svizzero. Dalla parte dei favorevoli si trovano numerosi economisti che prendono spunto da diversi studi compiuti in questi ultimi mesi. Essi mostrano che la Svizzera potrebbe aumentare il suo PIL del 2,9% da oggi al 2030 se aderisse all’accordo allargato, o persino del 3%, se il nostro paese riuscisse a concludere un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, tramite i buoni uffici dell’Associazione europea di libero scambio (AELE)[3]. In questo ambito, un dialogo ha avuto inizio nel 2013 tra Washington e i paesi dell’AELE – Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda. Infine, il settore agroalimentare, all’interno del quale oggi gli Stati Uniti e l’UE attuano il protezionismo, potrebbe allo stesso modo beneficiare di un accordo completo (+ 2,3%)[4].

Il campo dei contrari[5] annovera soprattutto ambienti di sinistra che temono per il servizio pubblico se saranno messe in opera facilitazioni della privatizzazione. Inoltre, se la Svizzera aderisse all’accordo in forma limitata, essa rischierebbe di essere discriminata per quel che riguarda i prodotti americani e vedrebbe il suo PIL diminuire dello 0,5% da oggi al 2030. Ciò ingenererebbe anche una riorientazione degli scambi con altri paesi. Per quel che riguarda i mercati pubblici, l’impatto sarà piuttosto negativo a prescindere dallo scenario. In effetti, i fornitori svizzeri sarebbero a quel punto confrontati con la concorrenza accresciuta dei paesi dell’UE sul mercato europeo e su una parte di quello americano. Fra gli altri inconvenienti, gli oppositori evocano anche il rischio dell’arrivo sul territorio svizzero di prodotti che erano stati proibiti a seguito di una decisione popolare (del tipo OGM), come pure la possibilità per le imprese di convocare la Svizzera davanti a una tribunale di arbitraggio che rischierebbe di condannare il paese a pagare danni e interessi a causa di “ostacoli all’importazione”appoggiandosi alla clausola della “protezione degli investitori”. Infine, secondo un rapporto pubblicato dalle ONG del Corporate Europe Observatory (CEO) e SumOfUs[6], la maggior parte delle riunioni della Commissione europea concernenti il TTIP si sono tenute incontrando lobbisti che difendevano gli interessi delle multinazionali, degli industriali e degli ambienti che fanno capo agli affari, mentre solo il 10% ha avuto luogo in presenza di attori che rappresentano l’interesse pubblico

Tenendo conto di questi diversi argomenti, è evidente che oggi è molto difficile prendere posizione in merito, fintanto che i termini esatti dell’accordo non saranno noti. In ogni caso, è interessante constatare che le due posizioni si incontrano su un punto preciso, e quest’ultimo è essenziale: quale che sia l’accordo finale, esso avrà delle conseguenze per la Svizzera, sapendo che essa non può prendere parte ai negoziati a causa del suo statuto di paese non membro. Ciò dimostra chiaramente, quindi, fino a che punto il nostro paese è coinvolto dalle decisioni prese in seno all’UE e fino a che punto il suo statuto di paese terzo lo sfavorisce. Questo isolamento rischia di essere tanto più pregiudizievole dato che l’economia svizzera è un’economia di esportazione, fortemente globalizzata e molto dipendente dal commercio internazionale. Nonostante sia letteralmente “fuori gioco”, la Svizzera assume un atteggiamento paradossale, credendo che il suo isolamento salverà la sua sovranità mentre esso accresce la sua dipendenza.

 


[1] Fonte : Ufficio federale della statistica (UFS) :http://www.bfs.admin.ch/bfs/portal/fr/index/themen/06/05/blank/key/handelsbilanz.html(consultato il 26.09.2015)

[2] Si tratta di una serie di disposizioni secondo le quali gli Stati membri dell’UE (e la Svizzera) sono tenuti a tollerare sul loro territorio nazionale prodotti fabbricati o messi legalmente sul mercato in un altro Stato membro, in ambiti che non sono stati armonizzati o che lo sono stati solo parzialmente.

[3] Queste cifre devono tuttavia essere valutare con prudenza, dato che si basano in larga parte sui flussi commerciali odierni e non tengono in considerazione gli importanti effetti dinamici.

[6] Fonte: Corporate Europe Observatory : http://corporateeurope.org/fr/international-trade/2015/07/ttip-eldorado-des-lobbyistes (consultato il 26.09.2015)

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