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  • 13th October 2015 - 10:56 GMT

Nascita della Svizzera moderna

Ruth Dreifuss, Berna, 12 settembre 2015.

La storia è una buona figlia! O diciamo piuttosto che il passato non può più difendersi! Lo si condisce con tutte le salse. Lo si sollecita a battersi a favore delle cause più diverse. Lo si aggiusta se necessario, lo si arricchisce di miti, se ne deducono interpretazioni parziali. Una volta di più, episodi della nostra storia nazionale sono oggetto di dibattito: i guerrieri di Morgarten e Marignano, come i soldati della seconda guerra mondiale, sono di nuovo mobilitati, questa volta per opporsi all’Europa e corroborare l’idea del destino eccezionale della Svizzera, il famoso “Sonderfall Schweiz”. Se l’interpretazione che ne è data dall’UDC e dal suo leader ha il vantaggio di non essere espansionista – se non sul piano economico e finanziario – essa non è meno ostile a ciò che è estero, alla persona straniera come agli Stati stranieri e in particolare all’Unione Europea.

Ho già vissuto momenti in cui il confrontarsi della Svizzera col suo passato ha riaperto divisioni che si poteva sperare fossero ormai dietro le nostre spalle: retrocedendo nel tempo, dal comportamento della Svizzera durante la seconda guerra mondiale alla caduta dell’Ancien régime durante l’invasione napoleonica. Per preparare le commemorazioni del 1998, per coordinare gli eventi organizzati dai cantoni e promuovere diversi modi di far conoscere quel mezzo secolo cruciale della nostra storia, dal 1798 al 1848, il mio Dipartimento ha avuto un ruolo modesto ma comunque decisivo. Resto sorpresa dei dibattiti parlamentari e delle divisioni del passato che sono allora riemersi alla superficie. Rancori politici tra “conservatori” e “riformisti” sono tornati d’attualità mentre si preparavano le commemorazioni. Ma alla fine credo che esse hanno permesso di rendersi conto della complessità delle evoluzioni politiche, della combinazione delle tendenze indigene e dell’influenza straniera. Il mezzo secolo, molto agitato e pure sanguinoso, che va dalla caduta dell’Ancien régime – che cercherà a più riprese di riaffacciarsi dalla tomba – alla creazione dello Stato federativo esemplifica in modo particolare l’interdipendenza fra la Svizzera e il resto del mondo, in particolare l’Europa.

La storia è figlia di tutti quanti e rischia costantemente di essere sfruttata, quando non violentata. Bisognerebbe maneggiarla con precauzione e rispetto, riferirsi ai fatti e riconoscere che la loro interpretazione dipende essa stessa dalle contingenze della storia. È dunque con prudenza tanto più grande dato che non sono una storica che ricorderò che la Svizzera oggi non sarebbe ciò che è se essa fosse restata nel suo bozzolo, sorda a ciò che avveniva al di là delle nostre frontiere. Scelgo tre ambiti che mi riguardano da vicino:

• L’emancipazione degli Ebrei

• Lo statuto dei rifugiati

• Il diritto di voto e l’eleggibilità delle donne

Nella vecchia Confederazione gli Ebrei erano sottomessi a uno statuto speciale. Per secoli i miei antenati sono vissuti nel ghetto rurale di Argovia, uno dei due soli villaggi dove potevano stabilirsi senza comunque avere il diritto di praticare un mestiere di loro scelta. Malgrado i progressi conseguenti alla rivoluzione liberale, malgrado numerose petizioni rispettosamente indirizzate dagli ebrei di Endingen e di Lengnau alle autorità, la cittadinanza e la libera sistemazione continuava a essergli rifiutata dalla Costituzione del 1848 ed è solo nel 1856 che essi poterono accedere al diritto di voto e di eleggibilità a livello cantonale e federale. Ci fu bisogno che la Francia e i Paesi Bassi ponessero come condizione a conclusione di un accordo commerciale la libertà di sistemazione piena e intera perché la disposizione costituzionale discriminatoria fosse soppressa nel 1866 e la libertà di culto iscritta nella costituzione del 1874. Il mio comune di origine, quanto a esso, resistette fino al 1879 prima di concedere il diritto di voto comunale ai suoi abitanti ebrei.

L’insieme della comunità internazionale aveva drammaticamente fallito di adottare una politica concertata e solidale di fronte all’esodo delle persone perseguitate dai nazisti. Gli argomenti sviluppati soprattutto dai partecipanti della Conferenza di Evian del 1938 sono molto simili a quelli che oggi ascoltiamo a proposito dei rifugiati che tentano di raggiungere l’Europa. Dopo la guerra, un esame di coscienza collettivo sfociò nella convenzione relativa allo statuto di rifugiato. È in questo clima, anch’esso marcato da un certo isolamento della Svizzera rispetto ai vincitori, che la Svizzera comincia ad analizzare la sua posizione nei riguardi dei rifugiati (rapporto Ludwig) e inizia il lungo processo che permetterà di inscrivere nella legge i principi della convenzione internazionale. Purtroppo, questa legge del 1979 (!), che ha avuto bisogno di circa trent’anni per arrivare a maturazione, ha subito inseguito una revisione in media ogni tre anni, revisioni che quasi tutte hanno moltiplicato gli ostacoli all’asilo. Mi ricordo bene del dilemma che ci poneva la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La “democrazia modello” poteva progettare di ratificarla con una riserva concernente il diritto di voto e l’eleggibilità delle donne? Una volta respinta la tentazione, bisognava far cessare questo anacronismo scioccante. La votazione del 1971 ci avrebbe permesso di raggiungere così gli Stati del Consiglio d’Europa nel loro testo fondamentale.

Riconoscere in questo modo ciò che dobbiamo ad altri non riduce per nulla i meriti di coloro che, nel paese, si sono battuti per queste riforme, non toglie nulla ai meriti dei combattenti dell’ultima ora e dei cittadini che l’hanno finalmente adottata. Nessuno di questi progressi sarebbe stato realizzato senza la ferma volontà dei cittadini svizzeri, ma nessuno di essi lo sarebbe stato – permettetemi di affermarlo – senza l’influenza e a volte anche la pressione venuta dall’estero.

Non mi piace per nulla celare gli ambiti nei quali il primo impulso o semplicemente quello precoce si è manifestato in Svizzera. Se noi non fossimo stati i primi ad abolire la pena di morte, i dibattiti che hanno caratterizzato questo tema in Svizzera (dall’inizio del XIX secolo e soprattutto nel 1848 e nel 1874) hanno ispirato gli abolizionisti di altre contrade. In questo ambito non siamo stati per nulla gli ultimi. Per quel che concerne il diritto del lavoro, bisogna riconoscere il ruolo pionieristico della Svizzera che, dopo l’adozione delle prime leggi cantonali, ha operato in Europa e al di là di essa per evitare che la concorrenza internazionale alla quale le sue industrie erano sottomesse si giocasse sugli orari di lavoro imposti agli operai e alle operaie e sullo sfruttamento del lavoro minorile.

E per tornare al 1848, data di nascita della Svizzera moderna, è un vasto movimento europeo che annuncia la “primavera dei popoli”. Se esso è represso dappertutto all’infuori della Svizzera, rimane tuttavia come un’aspirazione del nostro continente che non potrà più essere annichilita.

 

Signore e signori,

 

spero che mi perdonerete questo richiamo a macchia di leopardo di qualche esempio illustrante l’interdipendenza della Svizzera col resto del mondo. Questi esempi sono lontano dall’essere aneddotici: essi dimostrano al contrario che ciò che noi consideriamo come progresso sul cammino della democrazia e del diritto è il risultato di uno sforzo comune dell’umanità, in particolare di uno sforzo comune dei popoli del nostro continente, l’Europa. Il diritto che ci regge non si è costituito per generazione spontanea, non è nato in un vacuum: è attraverso il dialogo sia interno che internazionale che si è sviluppato e che continua ad evolvere. Il 12 settembre è una buona data per ricordarlo.

 

 

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