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  • 22nd February 2016 - 07:46 GMT
Storia dell'integrazione europea

Stefan Zweig – «Il mondo di ieri – Ricordi di un europeo»

In esilio in Brasile e qualche settimana prima del suo suicidio nel 1942, lo scrittore austriaco Stefan Zweig termina la sua autobiografia «Il mondo di ieri – Ricordi di un europeo». In un linguaggio appassionato e vivido, ci conduce in un viaggio attraverso un’epoca dalle frontiere distrutte e ricostruite e durante il quale procede tra trasformazioni della cultura europea e della storia. Vi si scoprono anche le emozioni profonde che toccano quell’umanista che è Zweig e che egli non arriverà a imbrigliare – anche se figlie di una giovinezza felice trascorsa a Vienna.

Adolescente, Zweig apprezza il cosmopolitismo della sua città che, mentre un secolo lascia il posto al nuovo, era la più eccitante fra le città del continente assieme a Parigi. La diversità della culture lo stimola e diventerà uno dei fili conduttori della sua vita. Essa libera la gente dell’odio nei confronti dell’altro, ama ripetere Zweig.

«Ricchi e poveri, cechi e tedeschi, ebrei e cristiani vivevano in pace malgrado qualche dispetto occasionale, e anche i movimenti politici e sociali erano sprovvisti di quell’odio atroce, lascito avvelenato della Prima guerra mondiale, che si è introdotto nel sangue della nostra epoca.» (Stefan Zweig, Il mondo di ieri – Ricordi di un europeo)

La Prima guerra mondiale non è ancora all’orizzonte e la società civile di Vienna, Zweig compreso, conduce una vita sicura e ordinata. Tuttavia gli artisti – in particolare i giovani, che d’altronde non vengono presi sul serio da nessuno in quest’epoca, se non in caso di necessità per lo sforzo bellico – si impegnano a favore del combiamento, ciò che Zweig percepirà più tardi come uno dei segni che annunciano la catastrofe.

«Il vero avvenimento dei nostri anni di giovinezza è stata la consapevolezza che qualcosa si delineava nell’arte, qualcosa di più appassionato di più problematico, di più avventuroso di ciò che aveva soddisfatto i nostri genitori e la società. Tuttavia, affascinati da quest’unico settore dell’esistenza, non capimmo che questi cambiamenti nell’ambito estetico non erano che emanazioni e segni premonitori di trasformazioni molto più ampie che avrebbero scosso e poi annientato il mondo dei nostri padri, il mondo della sicurezza.» (p. 54.)

Dopo qualche tentativo letterario sotto forma di poema, Stefan Zweig lascia la sua città natale. Il suo nuovo obiettivo è l’Europa. Percorre il continente, erra per le città e vi incontra numerose persone di cui rapidamente diventerà amico. È impressionante accorgersi, leggendo le sue memorie, quanti di questi amici sono celebri o lo diventeranno: Walther Rathenau (che ha consigliato a Zweig di andare «al di là dell’Europe»), Rainer Maria Rilke, Paul Valéry, Rudolf Steiner, Max Reger, Georges Duhamel, Thomas Mann e molti altri. Lo scrittore passa da un luogo all’altro per ritrovarsi finalmente a Parigi, città che, come molti suoi contemporanei, lo affascinerà.

«Da nessun’altra parte, tuttavia, è stata provata l’ingenua ma comunque molto saggia spensieratezza dell’esistenza più felicemente che a Parigi (…). Ciascuno di noi, persone giovani, si appropriava di questa leggerezza e vi aggiungeva la propria caratteristica di cinese e scandinavo, spagnolo e greco, brasiliano e canadese, tutti si sentivano a casa sulle rive della Senna. Il punto era: si poteva parlare, ridere, pensare, brontolare come meglio si credeva, ciascuno viveva colem gli andava a genio, socievole o solitario, prodigo o economo, nel lusso o come bohèmien, c’era posto per tutte le originalità.»
(p. 101.)

In quegli anni, Zweig acquisisce una reputazione internazionale. Pubblica numerose opere e diventa uno degli scrittori tedeschi più conosciuti del suo tempo. Oltre al proprio lavoro letterario, traduce pure una serie di opere di autori stranieri, ciò che lo porta a frequentare numerosi artisti. Inoltre, segue il consiglio del suo amico Walther Rathenau – la cui sorte si legherà inseguito fortemente a quella di Zweig – e intraprende viaggi attraverso l’Asia, l’America e l’Africa.

«Vissi così i primi dieci anni del nuovo secolo, avevo visto l’India, una parte dell’America e dell’Africa; è con una gioia nuova, meglio informato, che concentravo di nuovo il mio sguardo sulla nostra Europa. Non ho mai amato così tanto la nostra vecchia terra come in quegli ultimi anni prima della Prima guerra mondiale, non ho mai sperato così tanto nell’unificazione dell’Europa, mai ho creduto di più nell’avvenire che in quel tempo in cui pensavamo di intuire la nascita di una nuova aurora. Ma in realtà quello non era altro che il bagliore dell’incendio che avrebbe bruciato il mondo.» (p. 144)

Zweig vede avvicinarsi i bagliori dell’incendio; con tutte le sue forze, cerca di circoscriverli. Il buon senso prevarrà, ne è convinto. L’uomo ha imparato a volare, perché non dovrebbe imparare a vivere in pace con i suoi simili? L’uomo si è sbarazzato delle frontiere, perché esse dovrebbero essere ricostruite?

«Lanciammo grida di gioia, a Vienna, quando Bleriot, superò la Manica, come se fosse stato un eroe della nostra patria. Grazie alla fierezza che ispiravano i trionfi della nostra tecnica e della nostra scienza, che si rinnovavano l’uno dopo l’altro, per la prima volta un sentimento di solidarietà europeo, una coscienza nazionale europea stava trasformandosi in realtà. Quanto sono assurde, ci dicevamo, queste frontiere, quando un aereo le può sorvolarle con tanta facilità, quanto artificiali queste barriere, quanto provinciali questi guardiani di frontiera, quanto sono contraddittori allo spirito del nostro tempo che manifestamente desidera l’unione e la fraternità universale!»  (p. 147)

Ma la fede nell’umanità e le diverse opposizioni alla guerra non bastano. Durante l’estate del 1914, gli scontri si succedono e l’Europa entra in guerra. A Vienna, le persone applaudiscono l’inizio del conflitto e anche Zweig se lascia prendere dall’ambiente di festa nelle strade. Ma ritorna rapidamente alla ragione e, convinto dal suo amico Romain Rolland, diventa un convinto oppositore della guerra. Si rende conto che ha, in quanto scrittore, la possibilità di mobilitare, che ne ha anche la responsabilità.

«Non era inutile, per gli scrittori e i poeti, prendere la parola in quell’epoca, dato che le orecchie e l’anima non erano ancora saturate dalle onde della radio; al contrario, la manifestazione spontanea di un grande poeta aveva mille volte più risonanza che i discorsi ufficiali degli uomini di Stato che, lo si sapeva, agivano in modo tattico e politico e che i loro discorsi non contenevano nel migliore dei casi che la metà della verità.» (p. 177)

Quando Zweig non vede più alcuna possibilità di rendersi utile in Austria, decide di fuggire in Svizzera. Ed è nella frenesia emotiva dell’evasione che Zweig vede nella Svizzera l’ultimo paese in Europa in cui sopravvive l’umanità, un modello per tutte le nazioni del continente.

«Mi sono sempre volontieri recato in questo piccolo paese in cui albergavano tante diversità. Tuttavia, mai ho compreso così bene la sua ragione d’essere: l’idea svizzera di una vita condivisa in un medesimo territorio senza animosità, la saggia massima che invita al mutuo riconoscimento, una democrazia onesta e rodata e differenze popolari elevate al rango della fraternità – ciò che rappresenta un esempio per la nostra Europa perduta! Rifugio da secoli per tutti coloro che sono perseguitati, patria della pace e della libertà (…). No, noi non eravamo stranieri qui; un uomo libero e indipendente vi si sentiva in quelle ore tragiche più a casa che nel proprio paese.» (p. 192-193.)

Durante la Prima guerra mondiale, Zweig si installa finalmente a Zurigo, capitale segreta d’Europa. I perseguitati vi si incotrano  e vi scambiano le loro idee, l’arte si stacca da ogni conformismo come testimonia la nascita del dadaismo; quanto alla carta politica, essa viene modificata una volta per tutte da Lenin quando la loro voce si fa sentire tra i lavoratori come in nessun altro luogo in Svizzera. Dopo quattro anni di guerra e milioni di morti, tutto d’un tratto una soluzione sembra possibile. Woodrow Wilson ridà speranza agli europei e a Stefan Zweig. Ma, una volta di più nella storia dell’umanità, gli uomini non sembrano pronti per la pace.

«Oggi ciascuno sa – e noi eravamo in pochi a saperlo a quell’epoca – , che quella pace era stata una delle più grandi, se non la più grande opportunità morale della storia. Wilson l’aveva riconosciuto. All’interno di quella sua vasta visione, aveva tracciato il piano di una vera e duratura intesa. Ma i vecchi generali, i vecchi uomini di Stato, i vecchi interessi l’avevano stracciato e fatto a pezzi riducendo a un pezzo di carta senza valore questa grande concezione.» (p. 217)

Negli anni tra le due guerre, Zweig ha vissuto continui alti e bassi. Spera e crede nel progetto europeo, ma l’inflazione che attanaglia l’Austria si trasformerà in un’iperinflazione in Germania. Tutti o valori sono rovesciati, la gente perde ogni nozione di sostegno e coesione. I tassi di cambio evolvono ad ogni ora in Germania, la fiducia nell’economia e nella politica si erode. Zweig vuole ancora credere in una soluzione pacifica. Ma la presa del potere da parte di Hitler annuncia il declino dell’Europa e quello di Stefan Zweig. I suoi libri sono proibiti, perde la sua voce, infine,  il suolo si squaglia sotto i suoi piedi.

«In Francia, in Italia, in tutti i paesi attualmente asserviti, dove i miei libri erano fra i più letti in traduzione, la sentenza di proscrizione è stata eseguita su ordine di Hitler. Oggi sono, in quanto scrittore, come diceva il nostro amico Grillparzer, un «uomo che cammina vivo dietro il suo cadavere»; tutto quello che ho costruito in quarant’anni sul piano internazionale, questa forza bruta l’ha demolito.» (p. 230)

Al momento della sua fuga dal nazismo, Stefan Zweig perde tutto ciò che contava per lui. La lingua tedesca, la sua grande passione, ora è parlata da dei criminali. Dovunque vada, la sua lingua madre è la lingua del nemico. E questa perdita è più importante di tutto il resto. Completamente disperato, Stefan Zweig si suicida con la moglie Lotti il 23 febbraio 1942 a Petropolis in Brasile. In un libro postumo su Stefan Zweig, il suo vecchio amico Hermann Kesten descrive la perdita che ha subito Zweig. Non ha perduto solamente il suo passaporto, e quindi la sua identità, nel suo esilio, ma ha anche perduto la fede nell’umanità.

«Quando Zweig perse la sua patria per colpa di Hitler e della debolezza morale dell’Europa, è passato dallo status di cittadino del mondo a quello di uno straniero nemico. Quando ha perso il suo passaporto, si è sentito come uno straniero nemico della vita. Detestasva la patologia del tutti contro tutti e la xenofobia, quest’avversione morbosa contro gli stranieri.» (Hermann Kesten, Stefan Zweig, der Freund, in: Hanns Arens, Der grosse Europäer Stefan Zweig, pp. 94-95.)

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